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ETF Ferrara Internazionale

Più lavoratori, meno barriere: la sfida delle competenze in Europa

Dalla sanità all’edilizia, dalla logistica all’assistenza: la carenza di competenze spinge governi e imprese a guardare alla migrazione qualificata. Ma il riconoscimento di titoli e professioni resta spesso un percorso lungo e complesso.

Ha un contratto di lavoro in un ospedale italiano, ma prima di poter indossare il camice deve affrontare mesi di pratiche. È la storia di un’infermiera palestinese arrivata in Italia con una qualifica, acquisita in Libano, che non viene messa in discussione, ma che deve essere verificata e riconosciuta. Un paradosso sempre più evidente nel mercato del lavoro europeo: da una parte imprese e servizi pubblici cercano personale qualificato, dall’altra professionisti formati all’estero restano fermi perché il loro titolo non è ancora riconosciuto.

Il tema è stato al centro dell’incontro “Le frontiere del lavoro”, organizzato a Ferrara dalla Fondazione europea per la formazione (ETF) durante il Festival di Internazionale.

«Dobbiamo parlare di mobilità internazionale come di un triplice vantaggio: per chi si sposta, per il Paese che accoglie e per quello di origine», ha spiegato Massimo Gaudina, consigliere speciale presso ETF. 

La mobilità può contribuire a coprire i fabbisogni dei Paesi di destinazione, offrire opportunità a chi parte e generare benefici anche nei Paesi di origine, attraverso competenze, rimesse e nuove relazioni professionali - il cosiddetto win-win-win.

Il fattore demografico

L’Europa invecchia e la forza lavoro si riduce. Quasi una piccola e media impresa su due segnala difficoltà nel trovare le competenze necessarie. Le carenze riguardano soprattutto sanità, assistenza, costruzioni, trasporti e turismo. In Italia gli immigrati rappresentano circa il 9% della popolazione e oltre la metà ha meno di 40 anni: la migrazione qualificata è sempre più legata anche alla capacità di sostenere il mercato del lavoro e la crescita.

«Le persone che arrivano dall’estero portano aspettative e competenze che non possiamo permetterci di sprecare», ha detto Nicola Pasini, segretario generale della Fondazione ISMU. «Dobbiamo creare condizioni di uguaglianza e meccanismi che consentano di valorizzare il capitale umano di chi sceglie di vivere e lavorare in Italia».

Quando la burocrazia diventa una barriera

Per le professioni regolamentate, il percorso è particolarmente complesso: titoli e competenze devono essere verificati e riconosciuti dalle autorità competenti. Il risultato può essere un paradosso: mentre un ospedale cerca infermieri o un’impresa ha bisogno di tecnici, persone già formate restano escluse dal mercato.

«Queste persone non hanno scelto di essere rifugiate. Hanno perso la loro casa, ma non il loro talento», ha sottolineato Stefania Guida, professionista di Talent beyond boundaries. «In molti casi servono anni per ottenere il riconoscimento di una laurea o di un titolo professionale. Nel frattempo rischiamo di perdere infermieri, ingegneri, medici e altre figure di cui il mercato del lavoro ha urgente bisogno».

Il problema è particolarmente delicato nella sanità, dove le procedure devono conciliare la necessità di verificare la formazione con quella di coprire rapidamente le carenze di personale.

La sfida europea: rendere le qualifiche più portabili

Il problema non riguarda solo chi arriva da Paesi extra Ue. Anche all’interno dell’Unione la mobilità può essere frenata da procedure diverse e sistemi nazionali non sempre facilmente comparabili. Un infermiere italiano che si sposta in Germania, Belgio o Paesi Bassi può dover affrontare passaggi amministrativi per ottenere il riconoscimento della propria qualifica.

Bruxelles sta lavorando sulla portabilità delle qualifiche e sulla digitalizzazione dei processi, con strumenti destinati a facilitare il riconoscimento di competenze e credenziali. L’obiettivo è ridurre tempi e costi amministrativi e rendere più semplice la mobilità dei lavoratori.

«I Paesi europei sono spesso in competizione per attrarre talenti e lavoratori. La sfida è trasformare questa competizione in un quadro cooperativo, dove il riconoscimento delle qualifiche sia più rapido e coordinato a livello europeo», ha detto Gaudina.

La questione, quindi, non è soltanto quanti lavoratori riuscirà ad attrarre l’Europa. È anche quanto rapidamente sarà in grado di utilizzare le competenze di chi arriva.

Il caso spagnolo

La Spagna ha scelto recentemente di regolarizzare centinaia di migliaia di persone già presenti sul territorio, collegando la misura all’integrazione, al lavoro regolare e alla sostenibilità del sistema pensionistico. Dopo la regolarizzazione, circa 420 mila nuovi lavoratori stranieri sono entrati nel sistema della sicurezza sociale; la maggioranza è in età lavorativa e occupata in settori dove la domanda di manodopera è più alta.

«I lavoratori stranieri non possono essere considerati soltanto una risposta ai fabbisogni delle imprese. Possiamo integrarli davvero solo se li consideriamo persone titolari degli stessi diritti e degli stessi doveri», ha osservato Mariangela Paone, giornalista e scrittrice.

Non solo lavoratori

La dimensione economica resta centrale, ma non è sufficiente. «La richiesta di lavoro che arriva dall’estero deve valorizzare le competenze e tutto il percorso di studio delle persone che arrivano. Hanno aspettative crescenti che non dobbiamo deludere», ha osservato Pasini.

Come ha ricordato Paone, «una persona non può essere considerata esclusivamente in funzione del lavoro. Il lavoratore è cittadino anche dopo le cinque del pomeriggio. Se non comprendiamo questo aspetto, non riusciremo mai a creare una vera integrazione».

In un’Europa alle prese con l’invecchiamento della popolazione e la carenza di competenze, la sfida non è soltanto attrarre lavoratori. È riconoscerne rapidamente qualifiche e potenziale, trasformando la mobilità internazionale in un’opportunità di crescita per le imprese, le persone e i territori.